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11-santAntonio_abate-giugno-2011Luigi Codemo - © www.labussolaquotidiana.it - 18 giugno 2011

Con questo articolo dedicato alla "soglia" iniziamo un itinerario tra immagini, forme, dettagli delle chiese e dell’arte sacra che spesso sfuggono all’attenzione, ma che in realtà si rivelano ricchi di significato. “Particolari semplici, ma magnifici” per dirla con Tertulliano. Un itinerario per veder quello che abbiamo sotto gli occhi.


A noi sembra scontato che le chiese siano fatte per entrarci. In realtà, non lo è per nulla. O, perlomeno, non lo era. Se guardiamo ai templi pagani dell’antica Grecia e dell’antica Roma, constatiamo che solo il sacerdote aveva accesso alla parte interna, mentre il popolo rimaneva all’esterno dell’edificio. E’ un po’ come se noi oggi ci dovessimo fermare al sagrato.
Lo stesso valeva per il Tempio di Gerusalemme. Anche Gesù, che frequentava il Tempio e «passeggiava sotto il portico di Salomone» (Gv 10,23) ma non apparteneva alla casta sacerdotale, non andò mai oltre il cortile esterno.


Con l’avvento dell’annuncio cristiano questa antica modalità di rapportarsi al luogo di culto non risultò più adeguata. Ben presto, la differenza specifica introdotta dalla religione cristiana si riflesse nella costruzione dei luoghi dedicati alla celebrazione liturgica. Il tempio non venne eliminato, ma profondamente risignificato: tutto il popolo cristiano, pur nella diversità dei ruoli, era ora chiamato a partecipare del mistero di Dio che si rivela. La soglia del tempio chiese di essere varcata.
Con il cristianesimo la soglia mantiene il suo significato. Continua a distinguere un dentro e un fuori, il sacro e il profano. Continua a indicare ciò che è separato, dedicato a Dio, reso inviolabile. L’esperienza del mistero è custodita in tutta la sua serietà. Sulla facciata di molte chiese troviamo incise le parole del libro della Genesi: «Quanto è terribile questo luogo. Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo» (Gn 28,17).

In effetti, non sarebbe una vera soglia se non introducesse a una questione di vita o di morte. Anche se spesso lo dimentichiamo, oltrepassare quel limite ed entrare in chiesa sono azioni che nella loro radicalità e autenticità hanno a che fare con una iniziazione, un cambiamento, un lasciarsi trasformare. Lì dove è dato di incontrare Dio “faccia a faccia” è data la possibilità di una nuova nascita. Come Giacobbe che divenne Israele, Simone che divenne Pietro, Saulo che divenne Paolo.

Molte possono essere le soglie di una chiesa: il sagrato, le colonne, gli scalini e così via. La soglia per eccellenza è la porta. Ed è qui che emerge tutto il carico di distinzione, di ricchezza e di unicità che con l’esperienza cristiana il varcare la soglia assume. San Carlo Borromeo, quando da vescovo di Milano redige le Istruzioni alla fabbrica ed alla suppellettile ecclesiastica, si raccomanda che la porta degli edifici sacri «non sia arcuata superiormente, dal momento che deve distinguersi da quelle civili, bensì squadrata come si vede nelle basiliche più antiche».

Non è quindi solo una questione di funzionalità, ma di profondità simbolica. Guglielmo Durand nel suo Rationale divinorum officiorum, redatto nel XIII secolo e diventato presto il testo di riferimento per indagare il significato simbolico degli elementi architettonici, scrive: «La porta della chiesa rappresenta Cristo. Come si legge nel Vangelo: "Io sono la porta, dice il Signore». Questa citazione ricorda che il rapporto con Dio, con l’infinito, con l’incommensurabile, con ciò che è altro e separato, è divento accessibile attraverso la persona di Cristo.

Ma la porta di una chiesa, così come non si limita ad avere una valore funzionale allo stesso modo non ha solo un valore simbolico. Possiamo andare oltre e scorgerci anche una dimensione performativa. La porta della chiesa, infatti, conducendo all’interno plasma anche la modalità con cui si entra, imprime un ritmo e una direzione al corpo, informa lo spirito di colui che varca la soglia.
E qui andiamo al cuore dell’annuncio cristiano. Perché chi intraprende il cammino verso l’assoluto, constata pure che nessuno sforzo umano sarebbe mai in grado, da solo, di colmare la distanza. E’ Dio che si china per primo e va incontro agli uomini.

Per questo sopra molti portali delle chiese vediamo Maria che tiene in braccio Gesù e lo presenta a coloro che giungono per entrare. Il varco concesso dalla porta è Cristo, è Dio che si è fatto carne. E’ breccia che nasce dal parto. Ed è acqua e sangue sgorgati dal costato trafitto sulla croce. Per questo quando si è varcata la porta della chiesa ci si fa il segno della croce. Proprio a indicare che varcare la soglia per dirigersi verso il Padre implica un lasciarsi trasformare dallo Spirito Santo, implica una rinascita dall’alto e testimoniare una vita cristiforme.

Procedere dalla soglia in poi significherà iniziare un cammino che fa vedere e fa pregustare la promessa di Dio per le generazioni. Allora, qui, l’essere dentro non significherà essere al chiuso. Separare non significherà limitare. L’aperto non sarà rimasto fuori. Ma la volta in alto scoperchierà gli spazi del cielo. Le alte mura spalancheranno intorno la storia. Varcata la soglia, l’universo intero si mostrerà così com’è.