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La Carità

croce-resurrezione

Pasqua: la Risurrezione e la Speranza

In questo periodo non mancano certamente da parte dei mezzi di comunicazione notizie

inquietanti e allarmanti che provocano preoccupazione e sfiducia. E il pessimismo

rischia di prendere il sopravvento.

La prossima festa di Pasqua che ci accingiamo a celebrare porta con sé una parola che

sconfigge ogni tendenza al pessimismo: è la speranza.

San Pietro apostolo, in una sua lettera, raccomanda ai cristiani che vivevano in una

società per alcuni aspetti simili alla nostra di “rendere ragione della loro speranza”,

consapevole che la speranza non è sempre facile da vivere, per nessuno. E ancor meno

è facile mostrarla.

Nonostante tutto, la speranza emerge sempre. L’uomo non può farne a meno. Ma si

tratta, spesso, di una speranza incerta, confusa e senza un chiaro fondamento. È proprio

la Pasqua a dare chiarezza e fondamento a quella speranza che già gli uomini

confusamente possiedono e di cui hanno bisogno per vivere, come l’aria per respirare.

Siamo chiamati a mantener viva e a testimoniare la speranza in ogni situazione.

Cristo risorto è il fondamento della speranza cristiana. L’amore del Signore che ha

dato la sua vita perché gli uomini abbiano la vita, costruisce la speranza nel cuore dell’uomo

e lo impegna ad essere nel mondo annunciatore di amore e di speranza.

In un mondo che può perdere la speranza per diverse ragioni: la deludente constatazione

che il mondo non cambia mai, la ripetuta esperienza del peccato e del male, il

ripiegamento su un passato che non può ritornare.

È in questo contesto che siamo chiamati e mandati (la missione appartiene a tutti!) a

testimoniare una speranza dai tratti precisi.

Una speranza attiva, che non teme di sporcarsi le mani con la storia di oggi nella

quale siamo inseriti, che crede nell’esito positivo dello sforzo umano.

Una speranza capace di attesa che si scontra con il “tutto e subito”. Il contadino

quando semina sa che da lì alla raccolta, scorre un lungo tempo di attesa: un tempo in

cui il seme non si vede, e tuttavia germoglia; un tempo in cui il contadino è inerte, quasi

messo da parte. E tuttavia è il momento in cui avviene il grande prodigio del seme che

mette radici. La lezione è chiara, le ansie sono segno di poca speranza, le impazienze

non servono. Gli impazienti non sono mai uomini di speranza.

Una speranza cha ha bisogno di concretezza: i segni di speranza. Segno è qualcosa

di visibile e di convincente. Segni di speranza sono i gesti di carità che noi poniamo

soprattutto nei confronti dei poveri e degli emarginati. Per chi riceve un gesto di amore

e di accoglienza, la speranza si riaccende nel suo cuore. Può veramente sperare in un

futuro diverso, può uscire dalla situazione di isolamento e di fragilità, non è più solo a

combattere la sua esclusione sociale. Penso alle tante persone che vivono per strada: un

letto, un piatto caldo, una doccia, un riparo, una parola di accoglienza sono innanzitutto

segni di speranza. La speranza cristiana dà molta importanza ai poveri e agli

emarginati, a tutti quelli che secondo la logica del mondo non contano.

Una speranza che è infine perseveranza e trova in Dio il suo sicuro fondamento. Sa

perseverare al di là del successo o dell’insuccesso della propria missione. Non guarda

ai frutti, guarda alla Croce e alla Risurrezione di Cristo che “avendo amato i suoi che

erano nel mondo li amò sino alla fine”.

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